Fabio Cossutta (Università di Trieste)Fabio Cossutta si occupa di vari argomenti divisi tra età umanistica, Ottocento e Novecento, e tra i suoi contributi figurano: Gli umanisti e la retorica, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1984; Ideologia e scelte culturali di Domenico Rossetti. Il suo petrarchismo, Collana «Civiltà del Risorgimento» Saggi, testi e studi del Comitato di Trieste e Gorizia, Udine, Del Bianco, 1989;Il Maestro Queriniano interprete del Petrarca, in «Critica Letteraria», XXVI-III, 1998/100; Il mito di Oreste in Pirandello e Hofmannsthal, in «Humanitas», N.S., LIV - 4, agosto 1999. Al momento sta studiando la presenza del mito classico in alcuni autori del '400, collaborando assieme ad altri ad una più generale storia del mito nella Letteratura Italiana. Fra i suoi studi boiardeschi vanno annoverati Gli ideali epici dell’Umanesimo e l’«Orlando Innamorato», Roma, Bulzoni, 1995; Ritornando su Iroldo e Prasildo, nel vol. miscellaneo Il Boiardo e il mondo estense nel Quattrocento, Padova, Antenore, 1998; Itinerarium mundi ac salutis: gli «Amorum Libri» di Matteo Maria Boiardo, Roma, Bulzoni, 1999, pp. 311
Intervento alla PASQUA ROSADA
DISCORSO COMPARATO SULL’ITINERARIO SPIRITUALE DEL BOIARDO
Dell’itinerario spirituale del Boiardo ho avuto modo di occuparmi qualche anno fa, e pertanto sull’argomento specifico non è il caso ch’io torni. Solamente, a postilla di quel discorso e a beneficio di un piú vantaggioso inquadramento storico (nonché umano), amerei qui spendere un po’ di tempo per inquadrare alcune specifiche “diversità” che accompagnano i percorsi spirituali dei maestri due trecenteschi di Matteo Maria, con l’unico fine di precisare meglio alcuni dettagli, la presenza dei quali è - a mio giudizio - essenziale e caratterizzante.Se il primo libro del Canzoniere boiardesco è improntato al piú sfrenato ottimismo, se il secondo è quello della palinodia portata all’eccesso e convertita in ripudio aggressivo e risentito, se il terzo - infine - segna il recupero della “misura” terrena e la successiva presa di coscienza dei valori supremi, eterni e oltremondani, bisognerebbe sottolineare un fatto, ossia una presenza che dal primo libro all’ultimo mai viene meno, e che è, in certo senso, significativa sia per quel che attiene all’anima coinvolta, sia per quel che concerne la cornice storica che la ispira: intendo riferirmi alla costante “compartecipazione” agli eventi di un’umanità attenta, consapevole e - soprattutto - numericamente “consistente”.Ove non bastasse il concertato lavoro di «Jove e Citerea», il fatto stesso che la donna amata sia presentata come una sintesi di tutto ciò che la Natura può portare a buon «effetto» implica una sua fruibilità “terrena” compiuta e totale, da cui segue con coerenza semplice e piana il recupero dell’età dell’«auro» e l’impostazione di una prospettiva “mondana” radiosa ed esaltante, costruttiva per tutti e a tutti aperta. Né dovrebbero distoglierci da ciò alcuni passaggi topici e doverosi, immancabili in una lirica d’amore, quali l’unicità dell’eccellenza di lei e l’assoluta peculiarità del suo carisma: non qui si annida il tratto distintivo del Boiardo - anche perché cantando le lodi di una donna sarebbe davvero cosa strana mettere le cose diversamente, e con insulsa piattezza definirla, che so, un sole tra tanti - ma piuttosto nella serena consapevolezza che l’epifania di tanta celsitudine ridonda veramente a gloria di tutta un’epoca e, per di piú, della presente «etade» e di quel suo «dolce ritentir» che non suono produce ma concento.Se c’è Petrarca dietro l’ispirazione poetica di Matteo Maria (e non v’è dubbio che ci sia), bisognerà però altresí notare come i vari momenti in cui Laura viene celebrata e cantata come somma bellezza, e (non sempre) sommo bene, sono non solo quasi ovunque tormentati e non sereni, ma quasi ovunque (anzi ovunque) “assecondati” da una straordinaria mancanza di presenze umane. Si pensi soltanto a Chiare, fresche, e dolci acque, dove, ancora una volta (mi riferisco, sempre per restare nel piú celebre e noto, a Solo e pensoso) , i collocutori e gli interlocutori del Poeta sono algidi elementi naturali, superbamente affrescati, ma in re ipsa incapaci non solo di quelle emozioni ma nemmeno di quei sentimenti minimi (ascoltare, rispondere, collacrimare) che vengono loro attribuiti da una vis poetica mossa sempre e sempre sostenuta dal paradosso: non è un caso che il centrale “trionfo” di Laura, coronato da una palese manifestazione di «gloria» mista ad “umiltà”, avvenga entro la cornice esclusiva di una Natura il cui tripudio non è per nulla assecondato da analogo tripudio umano; anzi, per dirla parafrasando il De Sanctis, uomo non havvi proprio, se si esclude il povero Francesco «già terra in fra le pietre». Ed anche altrove l’unico suo rifugio - oppur consolazione, per desolata che sia - consiste in «alti monti», «selve aspre», «solitaria piaggia, rivo o fonte», tutto purché sia lungi da «habitato loco»; eppure, non solo cosí non accade nella poesia di Matteo Maria, ma neppure era accaduto nella poesia di Dante.Uno dei sonetti piú famosi della Vita Nuova è Tanto gentile, nel quale, accanto alla forza apodittica di quel «pare» scolpito nell’incipit, si dovrà porre in armonioso e sinergico collegamento l’altrettanto manifesta e “palese” lode tributata a Beatrice dal consorzio civile in cui si muove, dal quale viene “mirata” senza occultamenti o infingimenti, e al quale mostra piacenza purché taluno, per l’appunto, sia incline a mirarla. Comunque, fin dai primi capitoli, la trasfigurazione stessa di Beatrice, in sintonia con il dettato evangelico ma pur sempre acquisendo una peculiare significazione, avviene «in mezzo a due gentili donne», dunque non in perfetta (quanto inutile) solitudine. Persino la donna dello «schermo» fa parte di un insieme di umane presenze che, per l’appunto, riempiono una chiesa e, implicitamente, fanno da ideale corona alla gentil donna. Nulla risulta di analogo nel sonetto in cui Petrarca canta il proprio innamoramento; ovvero si allude (e molto copertamente, per altro) a un momento di raccoglimento, durante il quale la virtú del poeta viene quasi sorpresa e raggirata dalla forza d’Amore, però - come sempre, del resto - la solitudine regna sovrana, e nei momenti piú importanti l’uomo è solo, senza nessuno con cui condividere il gaudio, senza nessuno che ti sorregga nel momento critico della caduta. Senza nessuno che assista alle fasi di quella “speciosissima” trasfigurazione che è cantata nelle Rime (che ci starebbe a fare là qualcuno? chiunque ne uscirebbe certamente pazzo!): anche perché non Laura si “trasfigura” ma Francesco, e in successione diventa prima alloro, poi pietra viva e “sbigottita”, poi «fontana a pie’ d’un faggio», infine «cervo solitario et vago», il tutto sotto il singolare (e ambiguissimo, per non dire “diabolico”) influsso di madonna Laura, che a un certo punto, «da pietà commossa», lo mira e lo riduce «al primo stato» (salvo poi rivoltarlo «in dura selce»), ma che da ultimo, a coronamento di cosí tanti e spossanti processi, viene persin sorpresa «in una fonte ignuda»; sarebbe difficile concepire un trottolare interiore piú affannoso ed incerto, ed è ovvio poi che tutto questo alternarsi di “vergogne” avvenga almeno lontano da qualunque occhiata, il giudizio della quale non ad altra conclusione potrebbe pervenire che «favola».Ma come si fa a parlare di «favola» (intesa nel significato di “zimbello”) quando l’Amore da cui si è presi comporta la costante e continua sorveglianza «de la ragione»? o addirittura i “comandamenti” stessi di Amore sono ispirati e consigliati dalla «ragione» - come avviene nel caso di Dante? Una vicenda che, sin dall’inizio, si profila cosí chiara e cosí limpidamente elativa (certamente impegnativa al sommo, ma estremamente pura nei suoi contorni e nella via maestra che addita) non si presta - non può e non deve prestarsi - né ad equivoci né ad ambages piú o meno (soprattutto meno) pulcherrimae; e l’evidente “esemplarità” di Beatrice (epifanica anche nel nome) comporta che la gioia della sua visione sia una gioia condivisa, sia perché l’alone che la circonda è trasparente e non maculato né torbido, sia perché i tempi e la caratura umana consentono a un sufficiente agglomerato di individui di mantenere l’animo “capiente” ai sommi valori, che dovrebbero essere la sigla di un’esistenza e qualificarne l’attitudine “celeste”. Non è un caso che l’esordio della Vita Nuova sia un appello, appassionato e trascinante, rivolto «a ciascun’alma presa, e gentil core», quindi a una pluralità di individui “condecenti”, dai quali ci si aspetta addirittura una adeguata e complanare risposta; e non è nemmeno un caso - per l’appunto - che il suddetto «parvente» arrivi in copia, con le naturali e scontate diversificazioni: è bensí vero che, al momento, nessuno si rivelò in grado di fornire adeguata interpretazione, ma è altrettanto vero che, nel tempo in cui scrive, Dante rivela che persino «li piú semplici» sono in grado di capire il significato del sogno, e quindi anche il messaggio che da Beatrice proviene si è rivelato in grado di comunicarsi a un consistente numero di persone, quelle stesse che compongono l’ideale uditorio a cui il Poeta si rivolge. Ma a quale uditorio si appella il Petrarca? A un generico «voi ch’ascoltate», a cui subito viene associato e, per cosí dire legato, un esiziale principio di frammentarietà («rime sparse»), che fa suonare il tutto in ben altro tono rispetto alla perentorietà del dantesco «ciascuna». Si osservi ancora un particolare, atto a segnalare la diversa valenza che assumono dettagli analoghi nelle due diverse opere poetiche. C’è un momento in cui, all’inizio dell’opera e prima del sonetto sopraccitato, Dante si rifugia in una sua «camera»: qualora il pensiero corresse alla analoga (e famosissima) «cameretta» del Petrarca, si dovrà rilevare che, mentre la seconda è un rifugio disperato «a le gravi tempeste» sue «diurne», dove sfogare con il pianto la «vergogna», la prima è, al contrario, sicura baia in cui doverosamente e giudiziosamente meditare; e il distacco dalle genti, traumatico e irosamente caratterizzato dal principio di contraddizione nel secondo , avviene nel primo con una sorta di delicato inebriamento, preludio e sostegno della successiva pausa di raccoglimento.È difficile - direi impossibile - citare un qualche passo del Canzoniere nel quale madonna Laura sia inquadrata in compagnia di taluno; e viceversa - anche a prescindere dal famoso capitolo che fa da razo a Tanto gentile, nel quale si parla esplicitamente di concorso «de le genti», che è ulteriore suggello di un “carisma” percepibile e percepito - il fatto che Beatrice appaia cosí spesso in comitiva - e assai raramente, per non dire mai sola -, proprio se paragonato alla solitudine di Laura, viene ad assumere un particolare significato culturale ed umano, che oltrepassa persino gli obblighi inerenti all’impostazione “figurale”. Basterà osservare come, nel capitolo dedicato alla supposta donna del Cavalcanti, la famosa «Primavera», che diventa poi «prima verrà», per approdare infine a Giovanna/Giovanni «lo quale precedette la verace luce», l’accompagnarsi delle due donne sia profilato con estrema naturalezza, come se fosse atto amicale pertinente al temperamento umano delle due, ed è dunque elemento autonomo, non imposto cioè dal richiamo scritturale. E, di rincalzo, si aggiungerà che anche la donna «gentile», «giovane e bella molto», la quale compare a lui dopo la morte di Beatrice, al di là del mero fatto di esserci, è non solo cercata dal Poeta (il che va da sé), ma egli si trova anche da essa “riguardato” pietosamente: con il che viene ulteriormente ribadito quanto e come nella Vita Nuova sia presente, pur con tutta la sua problematicità, una Weltanschauung ancora fermamente aperta allo scambio umano. Perché di questo in sostanza si tratta: in mezzo al dolore gravissimo per la perdita della donna amata, in mezzo allo smarrimento provocato dalla scomparsa di un preziosissimo punto di riferimento morale e spirituale, l’apparizione della «pietosa donna» fa scattare non tanto un nuovo innamoramento, quanto piuttosto l’impulso della solidarietà e della compartecipazione del dolore e del lutto, il bisogno dell’essere umano di trovare in altrui chi lo sostenga e gli offra un conforto al suo dolore. È proprio la pietà l’elemento dominante di quello scambio, ed essa forse è piú intensa nella figura femminile che in quella maschile, tanto benefico è l’effetto che sul poeta, straziato nella compressione del suo duolo, produce l’attenzione di colei che sembra quasi «tirasse le lagrime fuori» dagli occhi suoi, consentendo cosí di «sfogare» la «tristizia». Logicamente - da un certo punto di vista - le cose finiscono poi con l’imbrogliarsi, i sentimenti si confondono e, come spesso accade nella vita mortale, tra amore e pietà si crea un nodo piú forte di quel che non si creda, e si finisce poi per cedere sovente all’altra credendo che sia l’uno; anche Dante, pur messo a dura prova, oscilla tra i due impulsi, e tuttavia la sua coscienza è ancor talmente forte da consentirgli un’estrema ribellione contro i suoi stessi occhi, la cui «vanitade» viene «piú volte» “bestemmiata”, e da portarlo infine, una volta che la ragione è riuscita a dirimere il conflitto, nuovamente a Beatrice. E Petrarca? C’è un ritorno a Laura nel Canzoniere? Forse non si è mai egli accostato a tale Donna nella maniera dovuta, gravato com’è dall’incertezza del suo debole sguardo; e, da un lato, la mancanza di altre presenze umane elimina alla radice questo tipo di problema, dall’altro - forse - proprio in absentia di qualunque altro punto di riferimento non gli riesce bene di coglierne la sublimità dei contorni (spirituali, s’intende); e, in ogni modo, se il finale della Vita Nuova anticipa la gloria eterna di Beatrice affiancata a Colui di cui è stata “figura” in terra, il finale delle Rime non è per Laura, ma per altra Donna, nel cui premuroso abbraccio può sperare di sollevare le sue pene, e, soprattutto, la sua anima. E tale “cambio” rivela quanto perigliosa sia fino all’ultimo per Francesco l’idea stessa di “avventura” amorosa.Ben diversamente imposta le cose Matteo Maria. Quell’itinerario che fin dai primi suoi passi aveva - fra l’altre cose - proclamato la felicità senza ambagi di chiunque fosse riuscito ad ammirare la bellezza della sua Donna, e che, pur esasperando i termini della questione nella fase primaria dell’euforia, aveva comunque proclamato la validità del «viver forte de li amanti», nel momento (inevitabile) della crisi aveva non solo ritrovato la preziosa presenza di non una ma due anime consolatrici (le cugine Ginevra e Marietta Strozzi), ma aveva altresí affermato la dolcezza di quell’umano aprirsi, e addirittura la “soavità” di quel ricordo (mentre altrove è proprio il rimembrar che costa lai). Si comprende che ha un suo peso il fatto in sé di rinvenire sulla propria strada non uno ma addirittura due contatti umani confortanti e incoraggianti: nelle tenebre tutto è difficile da rintracciare, addirittura impossibile, e proprio il buio umano piú pesto è il cruccio di fondo di Francesco; ma quando si proclama la “radiosità” del presente, come fa Matteo Maria, o si è dei pazzi visionari, oppure se il proprio sguardo è limpido, pulito e non cisposo, l’intera costruzione deve svilupparsi conseguentemente, e quindi, per quanto il traguardo additato sia difficile ed arduo, il suo conseguimento deve essere adeguatamente sostenuto, e dimostrato alla portata di un congruo numero di anime. Voglio dire che, dietro tutti, e anche dunque dietro i tre grandi poeti di cui si sta parlando, non c’è solo un problema personale o una personale elucubrazione, per quanto elegante e originale, ma una vicenda e un dramma storico, fondato cioè su elementi di fatto, oggettivi e collettivi. E allora, se la risposta che arriva dai propri contemporanei è forte e condivisa, al punto che non si esita a vaticinare l’imminente età dell’oro, la posizione dell’io “amante” non può essere né limitata né disperatamente isolata, ma dovrà trovare un’efficace eco partecipata e risuonante in piú persone. Non solo pertanto le due “gentili” donne consolatrici - per giunta cugine, a ribadire i vincoli e la validità di un impianto “gentilizio” (che non sempre funziona, come dimostrano le polemiche stilnovistiche e il raggelante quadro offerto dal Decameron, sia nelle pagine iniziali, sia nella novella finale) - ma anche la segnalazione di qualche “amico”, a cui il destino ha riservato in amore esiti felici, come Guido Scaiola, che fa da rigoglioso contraltare agli affanni del momento, giustificati o meno che siano.C’è, in conclusione, nel Canzoniere boiardesco una cospicua vicinanza umana, con la quale spartire i propri crucci, con la quale sfogarsi e dialogare e, soprattutto, ritrovarsi e ritrovare - ossia non perder mai - il filo di quella matassa terrena che è fatta sí per imbrogliarsi ma, soprattutto, per essere sbrogliata - e, una volta sbrogliata, chiaro nella sua ascesa il sentier pare. E alla “chiarezza” (quella tanto e vanamente auspicata dal Petrarca) giova l’uman freno, il compede che aiuta a non eccedere, quel che a Francesco venne meno in virtú della propria assenza. Quanto appare puntellato il Boiardo nel momento in cui si scusa per aver esacerbato le “gentili” Ginevra e Marietta con versi aspri e amari! Quale richiamo al controllo di sé è rappresentato dalla semplice “esistenza” di un sí capiente uditorio! Ecco perché lo scioglimento del libro III è certamente impegnativo, ma si profila come processo naturale di un’anima ispirata, che può limpidamente riproporre e rilanciare il proprio assunto, col riaffermar che di tutti il piú felice è chi è riamato, con quell’avverbio «parimente» ch’è il suggello in sé d’un equilibrio. A questo punto qualunque filo risulta sdipanato, e persino il desiderio, umano ma fortemente ideale e spirituale, procede sostenuto dalla speranza celeste, e il cuore riesce ad acquietarsi nel canto dei versi e delle rime. Tale concento - che certamente è una conquista dell’io, il quale proficuamente è macerato - non potrebbe in nessun caso darsi senza una vigorosa pluralità di soggetti in grado di sostenerlo. Nel momento in cui piú forte si fa sentire la lontananza della donna amata, ecco subito pronto il riscontro di altre e altrettali positività che compensano e alleviano i crucci del cuore: c’è Roma in festa, c’è il duca Borso là presente per un meritato riconoscimento, che, provenendo dal sommo Pontefice, premia con la sua persona anche il suo stato (e insieme il seguito che con lui al prestigio e alla salute del governo collabora); c’è infine, dentro l’animo suo, il ritratto vivo e impegnativo (politicamente e civilmente) di Ercole d’Este, erede legittimo al Ducato Estense, prossimo e ancor migliore successore di Borso. Ovunque si volga Boiardo trova occasioni e stimoli ad un impegno etico profondo, che dall’amore scaturisce, che l’amore consolida, che all’amore riesce a dare quella prospettiva altrimenti negata a ciò che dal mero io non si distacca.Ma, per oggettivarsi, l’io ha bisogno di riscontri, necessita di echi e di risposte, e queste non possono provenire se non da una società che sia e che si senta forte nella sua consistenza e nel percorso comunemente avviato. In tanta buona e felice compagnia ci si sente sereni e temprati, pronti ad ogni fatica perché convinti della sua positività, per se stessi e, soprattutto, per gli altri: l’altro in Petrarca manca, e tale vuoto determina anche il vacillare del sé, che soprattutto si acquatta e si vergogna; al contrario, in Boiardo, anche gli estremi versi - quelli dell’ultima grande canzone morale - sono, et pour cause, esplicitamente rivolti ai mortali, con la convinzione di poter trasmettere principî certi ed esemplari, di cui lui - lui soprattutto, lui per primo - è garante e testimone.
FABIO COSSUTTA